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La
storia di questo punto nevralgico del traffico milanese inizia già nel
1400, quando vi sorgeva una piccola cappella dedicata alla Madonna di
Loreto. Nel 1616 vi fu costruito un convento denominato “Chiesa e
monastero di Loreto” per volere del cardinale Federico Borromeo e su
progetto del Ricchino (uno dei nomi più significativi del Seicento
milanese, tra l’altro capomastro della fabbrica del Duomo). Il
nome di Loreto rimase poi al piccolo insediamento appena fuori Porta
Orientale, sulla strada di transito per Bergamo e Venezia. Il
primo vero colpo all’equilibrio –mai più ritrovato- di questo luogo
venne dato intorno al 1825, con l’apertura delle due vie austriache, la
postale veneta e la militare dello Spluga e dello Stelvio, oggi
rispettivamente via Padova e viale Monza. Il Rondò di Loreto così concepito diventò lo spazio ideale per
l’installazione di padiglioni effimeri, costruiti in occasione delle
visite dell’imperatore che da Porta Orientale sfilava verso la
periferia. Il ruolo di collegamento tra queste due diverse realtà, la
cittadina e la periferica, si riflette anche nel nome che Crescenzago
prende direttamente da Porta Orientale, detta porta Argentea, attraverso
la storpiatura di “Argentiacum” in “Carsenzago”. Un
altro importante cambiamento fu effettuato nel 1884, quando il piano
regolatore Beruto costruì i viali alberati che sventrarono il Rondò di
Loreto dandogli la tipica forma a stella irregolare che mantiene ancor
oggi. Nel
1890 si fece la proposta di creare un grande parco in mezzo alla piazza,
peraltro mai realizzato. E’ significativo che dall’unità d’Italia
in poi si siano susseguiti progetti di riorganizzazione per questo
piazzale, destinato invece ad essere sempre più caotico e ingovernabile:
l’ultimo in ordine cronologico, risalente a questi anni 80, prevedeva la
costruzione di una sopraelevata pedonale in vetro che collegava l’ultimo
tratto di via Padova, Loreto e corso Buenos Aires. Nessun progetto fu
completato, e comunque i vari cambiamenti non sono mai serviti a
tranquillizzare la zona. Questo proprio perché è una piazza di
collegamento, una cerniera di parti cittadine estremamente diverse tra
loro, quasi realtà inconciliabili in un incontro-scontro di quello che è
stato ben definito come un “porto in terra”. Ciro
Fontana, in una sua poesia, descrisse così Piazzale Loreto: On
serc de cà / Come ona conca a cattà su la pienna / De omm, de donn, de
carr, de lus. (“Un cerchio di case come una conca a raccogliere la
piena di uomini, di donne, di carrozze, di luci”). Storditi
da questo caos, dal suo continuo cambiare, rimodernarsi, rinascere su se
stesso, rischiamo a volte di non ricordare che piazzale Loreto fu teatro
di tragici avvenimenti durante la Seconda Guerra Mondiale. L’Hotel
Titanus che negli anni 40 sorgeva tra viale Abruzzi e via Porpora
(demolito nel dopoguerra, fu sostituito da un palazzo di Claudio Dini dopo
dibattiti accesi sui progetti terminati solo negli anni 70) fu sede delle
SS; il 10 agosto 1944 vi fu l’eccidio dei partigiani, “vendicato”
dall’esposizione dei cadaveri di Mussolini e di Claretta Petacci il 29
aprile 1945. Luret, Luret, de la citâ scumparsa…scriveva Franco Loi nel ’71,
ad indicare Loreto come simbolo della morte di Milano durante la guerra.
In effetti la piazza fa la parte della città in miniatura, e come è
morta così è risorta: un’altra piccola fenice è il “Palazzo di
Fuoco”, costruito come sede di uffici da Giulio Minoletti e Giuseppe
Chiodi tra via Padova e viale Monza nel 1959-62. La
metropolitana, anch’essa collegamento di due linee diverse, ha
completato il quadro della piazza caotica per eccellenza. Laura Andreozzi MartesanaDue - settembre 2002
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