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Il naviglio della Martesana fu iniziato dal duca Francesco Sforza nel 1457, e della sua costruzione si occupò anche Leonardo da Vinci quando venne a Milano in qualità di ingegnere alle dipendenze di Ludovico il Moro. Il sistema di chiuse progettato da Leonardo non fu realizzato, ma ciò non toglie che il naviglio restava una notevole opera civile, in grado di contribuire alla prosperità di Milano: la cerchia di canali navigabili e di irrigazione garantiva infatti alla città un’autosufficienza economica basata sull’agricoltura e il commercio delle manifatture. La Martesana nello specifico derivava dall’Adda a monte di Cassano e prese il nome da quello che all’epoca era un contado a nord-est di Milano, tra l’Adda e il Seveso. Sebbene oggi sia lunga solo 38,7 km e si interrompa all’altezza della Stazione Centrale, inizialmente arrivava ben oltre Porta Garibaldi, andandosi a congiungere con gli altri navigli con cui formava, appunto, una cerchia. La copertura dei canali iniziò nel 1861, quando Milano divenne un simbolo del prestigio del neonato stato italiano dopo l’Unità, e fu sottoposta a rinnovamenti urbanistici in gran parte invasivi e deleteri. Per ampliare il centro storico era necessario interrare i navigli, ormai privati della loro funzione di trasporto dalla nuova rete ferroviaria, ma l’opera fu completata in sostanza tra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento, quando i “monconi” periferici si erano ridotti a fogne a cielo aperto. Questa ingloriosa fine non impedì che la zona di Crescenzago attraversata dalla Martesana si conquistasse, nel Settecento e nel primo Ottocento, la fama di luogo di villeggiatura, una sorta di campagna a portata di mano prediletta dai notabili milanesi, e le ville sopravvissute ne sono una testimonianza, sebbene oggi quasi scompaiano inglobate nel tessuto urbano. Tra le altre segnaliamo Villa Lecchi, settecentesca, che si trova presso il ponte di collegamento tra via Padova e via Adriano e ha l’ingresso in via Meucci 1: in origine la parte bassa della facciata aveva una piccola darsena comunicante con il naviglio. All’ingresso di via San Mamete 34 c’è l’ottocentesca Villa Petrovic, ben restaurata a parte i giardini che l’affiancavano oggi ridotti a orti, che fa bella mostra di sé soprattutto nella facciata che si specchia nel canale. Infine la Villa Pino-De Ponti, al numero 42 di via San Mamete, che conta una lunga serie di proprietari e numerose trasformazioni: in origine prebenda dei vescovi ambrosiani diventò nel Settecento proprietà del conte Sormani, mentre alla fine dell’Ottocento Luigi De Ponti vi eresse, nell’area del giardino all’italiana, una filanda; oggi rimane un buon esempio di architettura barocca, con pianta a U e due ingressi simmetrici. A parte questi esempi più conosciuti, basta una semplice passeggiata lungo il naviglio e nel parco della Martesana propriamente detto (istituito a verde pubblico col piano regolatore del 1953 che dovette aspettare il 1978 per essere attuato) per imbattersi in piccole perle di architettura con decorazioni dipinte ed effetti scenografici ancora in grado di stupire. Laura AndreozziMartesanaDue - giugno 2002
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