www.ilponte.it
|
Scriveva l’ingegner Giuseppe Codara nella sua prefazione a I Navigli della vecchia Milano, che “Pretend de scriv quaj coss de noeuv sora i navili de Milan…l’è ona roba impossibil”. Qualcosa di nuovo forse no, ma riscrivere il già detto tante altre volte piace sempre, come dimostrano il successo avuto dall’articolo pubblicato nel numero di giugno 2002 di MartesanaDue e il dibattito vivace degli incontri che dovrebbero decidere le sorti del nostro naviglio. In attesa di conoscere il futuro della Martesana, vogliamo segnalare la bellissima pubblicazione degli atti del convegno Cinquecento anni di Naviglio Martesana (1497-1997), a cura di Chiara Tangari, edito dalla Provincia di Milano nel 1998. Il volume ci tiene a presentare il naviglio come un corso d’acqua ancora vivo, e ne fa un’analisi storica, sociale, industriale, biologica e artistica; per questa volta lasciamo da parte la ricostruzione delle sue origini, la storia della navigazione – ma quanti sanno che si navigò sulla Martesana fino al 1955? –, l’analisi chimica delle sue acque – non inquinate quanto si crede, in realtà è più pulito del Lambro – e puntiamo l’attenzione sugli insediamenti sorti lungo i suoi argini. La campagna attraversata dal corso d’acqua fu organizzata ben presto in tenute agricole, che si raccolsero intorno a cascine e monasteri. La costruzione di questi edifici era concentrata nel tratto sud del naviglio, per sfruttare la maggiore portata d’acqua. Le ville invece prediligevano la sponda nord, con terreni più asciutti e paesaggi più suggestivi, passando in breve tempo da centri di vivo commercio a “case di delizie” della Milano-bene dell’epoca. Le ville oggi rimaste nella tratta cittadina della Martesana sono poche e spesso malandate. Bisogna tener presente che una zona come questa, vivace dal punto di vista sociale ed economico, ha subito numerose trasformazioni nel corso dei secoli, per cui un solo edificio veniva adibito agli usi più diversi, e cambiava la sua storia a seconda di come cambiavano le esigenze della città. Basti pensare ai monasteri diventati fabbriche dopo la soppressione degli ordini religiosi nel ‘700, o alle filande e ai mulini caduti in disuso quando il cuore dell’attività industriale si spostò di centro e di interesse. Le ville stesse non ebbero più ragion d’essere quando la campagna come luogo di vacanza morì inglobata nella città, e iniziarono a decadere: l’unico modo per salvarle è trasformarle, dare loro un nuovo ruolo, o semplicemente accendere intorno ad esse la curiosità turistica. Vale la pena di ricordare sei di queste ville. A Gorla, all’altezza di via Tofane, sorgono villa Angelica e villa Finzi. La prima fu costruita dai conti Ramazzotti alla fine del Seicento, e in epoca neoclassica fu dotata di un ampio parco per piacere al duca Ferdinando d’Austria. Alla fine dell’Ottocento un certo De Peyre fece costruire nel parco una torretta per offrirla alla moglie Angelica, e da questa costruzione prese il nome l’intero complesso. Il successivo proprietario la trasformò in una clinica per malattie nervose, fino a che divenne proprietà dei frati francescani. L’ultima guerra la distrusse quasi del tutto, mantenendo intatti solo il parco e la torretta, inseriti poi negli anni cinquanta nel monastero di clausura delle Clarisse: queste ebbero il merito di conservare integro il giardino che il piano regolatore voleva dividere in due con una strada. Villa Finzi fu invece costruita all’inizio dell’Ottocento da un ufficiale degli Ussari che ne fece un complesso grandioso: pianta a T e parco con laghetto, tempietto a cupola, casino all’ungherese, caffè e serra. Agli inizi del XX secolo la villa fu acquistata dalla contessa Fanny Ottolenghi, che destinò una parte del parco ad una casa-giardino per i bambini di Gorla. Nacque così il “Rifugio Fanny Finzi Ottolenghi”, che divenne all’epoca il più grande istituto italiano che preparava al lavoro i ragazzi portatori di handicap. La villa fu poi venduta al Comune di Milano. A Crescenzago troviamo innanzitutto villa Lecchi. I proprietari erano nobili milanesi conosciuti alla corte di Vienna, dove il figlio Antonio era stato matematico di Maria Teresa d’Austria. La villa era una costruzione semplice di gusto settecentesco con vasti cicli di affreschi, ma oggi è stata divisa in appartamenti e negozi, per cui è difficile riconoscerne la struttura originaria. Anche dell’antico aspetto di villa Petrovich rimane poco, sebbene dovesse fare la sua bella figura una costruzione semplice con cortiletto interno arricchita da una facciata ottocentesca e una torretta in stile neogotico. Villa Monti ha una storia complessa: nata come prebenda vescovile ad uso villeggiatura, poiché dipendeva dall’abbazia di S. Maria Rossa in Crescenzago, la villa fu acquistata alla fine del Seicento dalla famiglia Monti, che le diede l’aspetto attuale con schema ad U. Il conte Sormani la comprò alla fine del Settecento e ne modificò ulteriormente sia la facciata che le sale interne. L’ultima grande trasformazione risale al 1865, quando Luigi de Ponti vi costruì una filanda, distruggendo definitivamente il grande giardino all’italiana che esisteva sul lato ovest. Villa Pino deve il nome al generale napoleonico Domenico Pino che la fece costruire; passò poi alla famiglia Maggiora, e nel 1958 fu acquistata da un tale professor Brasca che restaurò la facciata. La porzione di parco rimasta si collega con il parco di villa Monti. Laura Andreozzi MartesanaDue - novembre 2002
|