MartesanaDUE - aprile 2004  n. 62

 

In questo numero

 

 

Via Adda: ma il Comune dov’era?

Il Carducci e l’assessore

Bilancio di previsione 2004: le valutazioni e le proposte delle opposizioni

Il Consiglio di Zona e i suoi segreti…

Il malato prima di tutto

Largo Tel Aviv i parcheggi e la coop

25 Aprile: Liberiamoci dalla guerra e dal terrorismo

Non pago di leggere

Con Giancarlo Majorino al Trotter

Una serata di cultura su lavoro e libertà

Cascine a Milano: L’antico borgo rurale di Greco

Riscopriamo i sapori

 

 

 

SPECIALE VIALE MONZA

 

Le rubriche

 

Filo diretto dal Parlamento

con il senatore Antonio Pizzinato

 

Arte e quartieri

 

Lettere alla redazione

 

Biologico in Martesana

 

Un libro al mese

 

Un film al mese

 

Gli appuntamenti in zona 

 

Le ricette del Tempio d'oro

 

L’occhio del consumatore

 

Frammenti di umanità suburbana

 

Alla scoperta della qualità

 

Son atto a rimirar... rubrica d'arte

 

Fuori a cena

 

Gli annunci  e le opportunita'

 

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MartesanaDUE

mensile di informazione, 

cultura e annunci della zona due

di Milano citta'

 

Editore

Comedit 2000

 

Direttore 

Paolo Pinardi

 

Redazione

Gianni Bazzan, 

Mattia Cappello,

Adele Delponte,

Ferdy Scala,

Luciana Vanzetti,

Aurelio Volpe

 

Red. e pubblicita'

Via delle Leghe, 5

20127 Milano

Tel. 02/28.22.415

Fax 02/28.22.423

martesanadue@ilponte.it

 

Reg. Trib. MI

n. 616 settembre 99

 

 

Via Adda: ma il Comune dov'era?

 

Pure quell'11 agosto 2001,  i giornali titolavano "È finita la vergogna di via Barzaghi". Peccato per tutti che quella operazione avesse un che di folle che allora denunciammo, a partire da un censimento irreale. Perchè da lì ha origine via Adda. Peccato per De Corato e per l'assessore Maiolo di cui chiedemmo le dimissioni.

Domani qualcun altro: "È finita la vergogna di via Adda". Ma quale è la vera vergogna? Forse che...

Che il Comune di Milano abbia costruito solo 500 alloggi di edilizia residenziale pubblica dal 1997?

Che abbia per anni negato che esisteva un'emergenza casa?

Che i fondi ex gescal siano rimasti immobilizzati in regione Lombardia per un triennio?

Che si annuncino oggi 20.000 nuovi alloggi che, forse, vedremo tra  un lustro?

Che trentaquattromila cittadini, immigrati o no, aspettino una casa popolare?

Un mix di avventurismo e incompetenza governa la città, speculando di volta in volta sul contrasto tra immigrati e residenti, tra disperazione dei primi e diritti dei secondi.

La notizia dovrebbe essere: "Sgomberata via Adda, dimissionati gli assessori"

Duole ricordare che le soluzioni (vere) giacciono nei cassetti, come là restano le positive esperienze di altri comuni. Ma forse a qualcuno va bene così, agitando spettri con l'occhio ad assai più materiali (ma sempre più piccole) rendite elettorali.

Nessuna politica dell'accoglienza, futura svendita degli alloggi del demanio comunale, migliaia di case sfitte e non assegnate, nessun progetto di edilizia pubblica, 47.000 richieste di un alloggio popolare rimaste inevase, tra cui 9000 da parte di persone migranti, e 1000 richieste d'urgenza.  Il diritto ad abitare nella città della moda è' un lusso e non un diritto.

Tutto questo mentre, il 1° maggio, la comunità europea si allargherà, ma solo per la finanza e il commercio, per i capitali e gli interessi di chi li possiede. Il diritto alla libera circolazione delle persone rimane negato, e i migranti sono condannati a rimanere carne da macello, in balìa delle mafie e di città ostili.

Il 1° maggio Milano sarà EuroMayDay, contro la precarizzazione della vita.

E per le strade di Milano veleggerà la Nave Fantasma, affondata nel Canale di Otranto, simbolo delle migliaia di destini e di vite che sulle coste di questo paese si sono arenati. Riporteremo in vita e renderemo visibile questa Nave, perché in questa città malata siamo tanti non rassegnati, non pacificati, solidali, accoglienti.

 

Centro Sociale Leoncavallo

 

 

    

 

 

Il Carducci e l'Assessore

 

Chi abita nel quartiere e passa qualche volta per via Beroldo avrà assistito a una singolare metamorfosi della storica Aula Magna del Carducci, trasformata da sobrio edificio in muratura in un cubo di vetro e metallo dalle apparenze leggermente inquietanti. È il risultato della ristrutturazione eseguita dalla Provincia, in base alla legge 23 del 1996: un intervento dovuto di manutenzione straordinaria, e fin qui nulla di grave. Ma alla trasformazione della struttura, conclusa nel novembre 2003 e non ancora collaudata, a fine marzo 2004 ha fatto seguito una lettera dell’assessore Frassinetti alla preside del Carducci; in essa perentoriamente si afferma:

• che la struttura, trasformata in Auditorium, non è più di competenza della scuola (che, con più di 600 studenti, rimane senza Aula Magna!), ma alla Provincia;

• che l’assessore stesso, in quanto proprietario, ha deciso di intitolarla a Sergio Ramelli, in ricordo del quale verrà apposta una targa nel corso di un’apposita cerimonia.

Il 1 aprile, nel corso di un Consiglio d’Istituto, la preside comunica la notizia ai presenti, dando forse per scontato che la scuola subisse senza fiatare il duplice atto di prevaricazione. Invece subito all’unanimità tutte le componenti del Carducci si sono fermamente opposte alle pretese dell’assessore Frassinetti, respingendo prima di tutto lo scippo perpetrato all’ombra della ristrutturazione: nessuno contesta alla Provincia il diritto di utilizzare l’Aula Magna per attività anche esterne alla scuola, ma mantenendo esplicita e ferma la priorità delle esigenze didattiche (lezioni, conferenze, ecc.) e collettive, come le assemblee degli studenti, delle diverse componenti della scuola. Per quanto riguarda l’intitolazione, si rifiuta in primo luogo il metodo, cioè l’imposizione della scelta del nome attuata dalla Frassinetti con arroganza padronale senza alcun  coinvolgimento della scuola (l’assessore giunge alla finezza “democratica” di asserire che sarebbe stato suo diritto non informare neppure delle sue decisioni…) e poi, in particolare, il merito. Infatti la vicenda di Sergio Ramelli, sicuramente tragica, non appartiene né a questa scuola né soprattutto a questa generazione di studenti, i quali hanno il diritto e il dovere di conoscere la storia del passato recente della loro città – che però non è fatto solo di aggressioni tra gruppi rivali, ma anche di grandi lotte per la democrazia e la libertà e di stragi orrende, fatti che per vari motivi non vengono volentieri ricordati dai nostri amministratori provinciali.

Ma soprattutto il rifiuto irremovibile ha una motivazione più profonda: non vogliamo che le scuole  siano materia di scambio per una fantomatica “par condicio” dei morti (qui un’aula a Ramelli, là un’altra a Fausto e Iaio) che metta a posto le coscienze di adulti, ma luoghi in cui cresca nei giovani la consapevolezza che solo la cultura intrecciata con i valori della vita sia lo strumento per comprendere e trasformare il mondo. Per questo vogliamo che l’Aula Magna, se deve avere un nome, abbia quello di una personalità della cultura.

Docenti, studenti e genitori del Carducci sono uniti su questa posizione e lo hanno ribadito ancora all’unanimità nel Consiglio d’Istituto del 6 aprile 2004: non intendono cedere alla prepotenza neanche se l’assessore Frassinetti dovesse usasse la forza che le deriva dal suo ruolo per imporsi.

È in gioco la dignità e la funzione educativa della scuola: chiediamo il sostegno e la partecipazione di tutti alle nostre iniziative, a partire dal presidio davanti all’Aula Magna di via Beroldo previsto per sabato 17 aprile alle ore 11.

 

Vincenzo Viola

docente del Liceo Carducci

 

 

 

25 aprile: liberiamoci dalla guerra e dal terrorismo

Le stragi in Spagna dell’11 marzo confermano che il terrorismo non viene sconfitto dalla guerra, ma si alimenta di guerra.

Bush e il suo staff avrebbero potuto imparare dalla storia che la democrazia non si esporta con la guerra. E questa la si fa per motivi ben più materiali ed imperiali (petrolio, dominio neocoloniale).  Le bugie (armi di distruzione di massa irachene) hanno le gambe corte e discreditano sia gli USA che il mondo occidentale.

La Politica, la mediazione, il dialogo – facendo funzionare il più democraticamente possibile l’ONU – sono gli strumenti indispensabili per risolvere i conflitti e mantenere la pace. Ed è il variegato e straordinario popolo della pace che ha ribadito  il 20 marzo (milioni di persone nelle strade di tante città del mondo) in cosa consiste la vera  forza della ragione .

 Occorre:- prendere atto  dell’assoluta illegittimità e del tragico fallimento della guerra angloamericana in Iraq; - riconoscere gli errori e le bugie e ritirarsi da questo “nuovo Vietnam”; - ridare fiducia all’ONU e al suo ruolo politico; - riconoscere e valorizzare  tutte le etnie e le forze politiche e religiose dell’Iraq, il cui popolo ha il sacrosanto diritto di scegliere liberamente quale strada seguire per la propria  resurrezione e sovranità.

Emerge un dato inconfutabile: giorno dopo giorno, per gli iracheni diventano sempre più intollerabili le forze di occupazione e sempre più necessaria l’unità contro lo straniero, per l’indipendenza e la libertà.

Il governo italiano non vuole riconoscere la realtà e la verità. Fa lo struzzo, che si gonfia di retorica e di stupida ipocrisia. Siamo in guerra, in violazione della nostra Costituzione (art.11) e servi sciocchi agli ordini di  Bush/Blair. Terribile e vergognoso. Perché non interviene il Presidente della Repubblica, garante della Costituzione e “capo” delle forze armate?

Ritiro subito. Il 30 giugno è troppo lontano. Ha il sapore di un alibi ipocrita. E  la situazione è esplosiva (le stragi e i morti di Nassiriya, Falluja…).

Ritorni nelle strade il movimento della Pace, più forte e più convinto delle proprie ragioni.

Con le bandiere dell’arcobaleno, il 25 aprile diventi il giorno-simbolo della  liberazione dalla guerra e dal terrorismo.

Giuseppe Natale